Lezione ... di bellezza
Un'altra chicca che l'amico Gerardo Vespucci ci permette di pubblicare tra queste pagine, consentendoci di accrescere le nostre conoscenze e di ... annusare un bel ... profumo di rose ...
“Altro che Medioevo, questi nostri giorni, che ci tocca vivere in questo tempo, sono davvero bui, e si stanno toccando vette di brutalità e disumanità mai viste, con un potere sempre più distante dai destini della gente”.
Avevo in testa queste parole di un’amica allorquando mi sono trovato in ...
... mano il bel testo einaudiano "Il teatro italiano", primo volume, tomo I: Dalle origini al Quattrocento.
L’ho aperto e mi sono fermato a leggere le origini medievali, appunto, del teatro italiano.
Dopo alcuni testi anonimi, ho letto il primo autore proposto: Cielo D’Alcamo, e precisamente il testo per intero del suo "Contrasto tra Amante e Madonna", dal celebre titolo Rosa fresca aulentissima.
Dico famoso, poiché a scuola, nell’avviare lo studio della letteratura italiana, quasi tutti imparano a memoria – io lo feci, nel lontano 1971/72 – i primi due versi della prima delle trentadue strofe:
Rosa fresca aulentissima ch’apari inver la state,
le donne ti disiano, pulzelle e maritate.
Purtroppo, quasi mai gli insegnanti andavano oltre nella lettura, e così nemmeno si capiva che questi due versi erano pronunciate da Amante per corteggiare Madonna, al fine di conquistarla per possederla, fisicamente.
Infatti, Amante continuava dicendo:
tràgemi d’este fòcora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia.
Già in questi ultimi tre versi, Amante rivolto a Madonna parla di un sentimento amoroso ardente come il fuoco che non lo lascia riposare né di giorno e né di notte: e per questo la supplica di liberarlo, evidentemente cedendo alle lusinghe.
Gli insegnanti erano piuttosto impegnati a farci capire – non so cosa accade adesso – come si era pian piano creata una lingua letteraria, finalmente in volgare, libera da ogni residuo latinismo, per cui lo studio dei contenuti culturali che i testi veicolavano potevano passare in secondo piano: non si spiega altrimenti questa assoluta ignoranza del contenuto di questo Contrasto.
Infatti, qualsiasi manuale di Storia della letteratura, proprio per indicarne la nascita e l’autonomia di una letteratura veramente italiana, propone un percorso che tiene essenzialmente conto del formarsi delle prime opere in volgare, descrivendo una evoluzione che dalle prime opere a far data intorno al X secolo d.C. porta al contributo della Scuola Siciliana, alla poesia religiosa, come quella di San Francesco, più o meno coeve (1230-1250), per giungere finalmente, verso la fine del XIII secolo, alla Scuola Toscana del Dolce Stil Novo, di Guinizzelli, di Cavalcanti e dello stesso Dante, il quale, poi, nel secolo successivo, com’è noto, viene incoronato come il vero padre della letteratura insieme con Boccaccio e Petrarca.
Tornando a Cielo d’Alcamo, sebbene non ci siano notizie biografiche certe, egli era sicuramente uno dei più attivi della Scuola Siciliana: la stessa lingua utilizzata in questo Contrasto ne assicura l’attribuzione.
Il problema che questo Contrasto pone, però, sta nel fatto che se esaminato rispetto ai temi ed alla forma poetica in uso nella Scuola Siciliana, esso sembra discostarsene abbastanza: infatti, questo componimento sembra più quello di un giullare figlio del popolo, piuttosto che di uno dei tanti lirici di quella scuola, a cominciare da Giacomo da Lentini che ne fu il creatore (della Scuola) oltre che inventore del sonetto, a finire al nostro Rinaldo d’Aquino (Montella, 1227): tutti parlano di amore cortese, come del sentimento che trascina e che purifica.
In Cielo d’Alcamo l’amore assume, al contrario, un sentimento carnale che prende oltre che la mente, anche il corpo.
Fu De Sanctis, per primo, che fece emergere questa sostanziale differenza con gli altri autori ‘siciliani’, perché come si può vedere in questo componimento, il contrasto amoroso tra i due giovani è semplicemente finalizzato al congiungimento carnale e, come ha scritto De Sanctis, in ogni strofa emerge da ogni affermazione un evidente erotismo.
A dimostrazione di un simile giudizio, basterebbero queste ultime tre strofe:
Madonna:
Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’have arsura.
Esto fatto non pòtesi per nulla misura:
se non ha’ le Vangelie, che mo ti dico «Jura»,
avere me non puoi in tua podesta;
inanti prenni e tagliami la testa
Amante:
Le Vangelie, carama? C’io le porto in seno:
a lo mostero prèsile (non c’era lo patrino) [lo presi al monastero, non c’era il prete].
Sovr’esto libro jùroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate [accogli il mio desiderio, per carità]
Ché l’arma me ne sta in suttilitate [perché la mia anima si sta consumando]
Madonna:
Meo sire, poi jurastimi, eo tutta quanta incenno [poiché giurasti, tutto il mio corpo arde].
Sono a la tua presenzia, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno. [se vi ho disprezzato, pietà, a voi m’arrendo]
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissa cosa n’è data in ventura.
Questo finale rende chiaro come tutto il tentativo di resistere di Madonna, che nel corso delle precedenti 29 strofe si trasforma ed evolve, sia soltanto un modo poco convinto e convincente di ottenere qualche promessa da parte di Amante – cederà se la sposa! – ma in realtà ella sta solo creando il preludio per l’incontro nel talamo, ove finalmente consumare un rapporto sessuale nella maniera più gioiosa possibile, presagio di una buona sorte.
Per tornare all’incipit, nessuno vuole contrapporre la libertà sessuale del Medioevo all’oggi: non si vuole paragonare la licenziosità di oggi ai vincoli di allora: come ha osservato Jacques Le Goff in 'L’immaginario medievale', allora bisognava fare i conti soprattutto con la Chiesa che puntava a sminuire ed inibire la sessualità, come dimostra la decisiva distinzione in merito tra laici da disprezzare e i chierici da esaltare: “Ai laici il matrimonio con la possibilità di procreazione, ai chierici la verginità, il celibato e la continenza”.
Oggi sembriamo più liberi, più evoluti, più consapevoli in tutti i sensi, ma sono bastati pochi anni e tutte le conquiste civili sembrano a rischio, se non già evaporate, dissolte.
Ma il Medioevo è tante cose, ed è nella natura dell’uomo attribuire alla sessualità una condizione gioiosa della vita, non fosse altro perché è alla base della procreazione ed al succedersi delle generazioni: il Decamerone di Boccaccio, tra l’altro, sta lì a mostrarcelo!
Infine, mentre Cielo d’Alcamo scrive, in Sicilia governa il grande imperatore Federico II – a cui richiamano alcune affermazioni nel componimento – : allora si comprende anche meglio la libertà di pensiero che veicola quest’opera, nata, tra l’altro, per essere recitata e messa in scena in pubblico, garante Federico.
Quella libertà di pensiero mai doma, che oggi, una banda di fuori di senno, paradossalmente al potere in mezzo mondo, si illude di potere soffocare: anche questo testo, nel suo piccolo, serve a scuoterci da una certa tristezza, perché ci ricorda che la fiaccola della vita non si spegne, né mai si è spenta, anche nei secoli che, per pigrizia, chiamiamo bui.
Gerardo Vespucci
