Uno strano 'incontro ravvicinato' ...

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Da "il Seminario" n. 2/2021

... presso l'Osservatorio Astronomico di Castelgrande

Penso che siano in pochi a sapere che, a meno di mezz’ora da Sant’Andrea, ci sia un importante Osservatorio Astronomico, Il cui specchio riflettore ha un diametro di circa 1,56 metri, fra i più grandi in Italia e secondo solo a ...

L'Osservatorio Astronomico di Castelgrande

... quello di Asiago (di 1,82 metri di diametro). Per la precisione, si trova nei pressi di Castelgrande, in un posto piuttosto brullo e selvaggio per via dell’altitudine e dall’aspetto alquanto diroccato. Sembra che a causa di particolari condizioni favorevoli, quali la trasparenza dell’atmosfera del posto, posizionato a oltre 1200 metri di altitudine e una visuale panoramica a 360 gradi con scarsissimo inquinamento luminoso (unica eccezione le lontani luci cittadine di Calitri), il posto venne considerato ideale per le osservazioni astronomiche già molti decenni fa, quando iniziarono i primi lavori. L’opera è costata diversi milioni di euro. Pare che favorevoli condizioni simili siano piuttosto rare da trovare per un Osservatorio Astronomico e che si trovino solo nel deserto del Cile o sulle isole vulcaniche del Pacifico. Il panorama qui è effettivamente mastodontico, fatto di altipiani al di sotto della linea dell’orizzonte, con mucche al pascolo e un silenzio da eremita.

Lo sguardo è talmente proteso verso l’infinito, che nei giorni ideali si può vedere contemporaneamente il golfo di Manfredonia in Puglia, le montagne di Benevento o addirittura quelle di Spigno Saturnia in provincia di Latina.

Nel 2012 venne drammaticamente abbandonato per mancanza di fondi: la nuova religione-politica dell’allora Governo Monti aveva come obiettivo la riduzione “totalitaria” degli sprechi, ed evidentemente la Scienza fu considerata tale, così questo posto subì la relativa furia iconoclasta. Fin qui sembra una classica storia italiana (tipicamente del Sud), fatta di cattedrali nel deserto e investimenti sostenuti per poi essere abbandonati a secondo del succedersi dei Governi. Ed invece c’è una storia nuova ed avvincente da conoscere.

Nel 2017 nasce il Progetto CastelGauss, fra l’azienda privata italiana GAUSS S.r.l. di Roma, il Comune di Castelgrande e l’Istituto Keldysh di Matematica Applicata dell’Accademia Russa delle Scienze di Mosca, con l’obiettivo di monitorare e mappare i detriti presenti nello Spazio o nell’orbita più immediata alla terra (asteroidi, satelliti abbandonati, rottami spaziali). Grazie a questo progetto arriva in quell’anno, presso l’Osservatorio, l’astronomo-matematico russo, Sergei Schmalz, dalla poliedrica personalità combinata ad una vastissima curiosità. Viene da Krasnojarsk, Siberia, conosce 7 lingue, di cui 3 morte: Sanscrito, Persiano “ma solo con il dizionario”, dice, e Latino, “forse, ma non ne sono sicuro”.

Parla perfettamente l’italiano pur non avendone mai ricevuto lezioni, e naturalmente russo, tedesco e inglese. Si definisce un “cercatore” prima che un “ricercatore”, perché tutto lo incuriosisce e tutto vuole comprendere. Perfino i cardoncelli che crescono nell’altopiano intorno all’Osservatorio e di cui è ghiotto. Studioso inizialmente di Filosofia e Indologia presso l’Università di Mainz, in Germania, finisce per avvicinarsi per caso allo studio delle stelle, e pochi anni dopo diventa matematico all’Università di Francoforte, per poi lavorare come Astronomo presso l’Osservatorio tedesco di Potsdam. Quando gli propongono di vivere in un Osservatorio abbandonato per il progetto CastelGauss, chiede di poterlo vedere, prima di accettare. Chiunque avrebbe avuto molti dubbi sulla scelta da prendere, considerando lo stato di abbandono e lo scarso interesse mostrato dalle autorità politiche (escluso quelle del Comune di Castelgrande). Ma lui non ha esitazioni e decide di trasferirsi.

Mentre ascolto la sua storia, raccontata quasi sempre con proiezione visionaria sul futuro, gli chiedo perché prese quella decisione, pur sapendo che il telescopio principale era in disuso, e che avrebbe dovuto ricominciare in solitaria tutto il lavoro da zero, dovendo costruire un secondo piccolo telescopio (che ad ogni modo sta dando risultati eccellenti alle sue ricerche). Non ricordo esattamente le parole della sua risposta, ma suonavano come quella di Atticus del romanzo di Harper Lee: “solo perché si è battuti in partenza, non è una buona ragione per non cercare di vincere”.

Gli obietto convinto che qui fa molto freddo per gran parte dell’anno, che nevica molto e sicuramente ha disagi, ma finisco per farlo ridere, mio malgrado: “io vengo da Siberia” dice con un accennato accento russo e leggera compassione nei miei confronti. Afferma che alla cittadinanza russa e tedesca, che già possiede, vuole aggiungere quella italiana non appena sarà possibile farlo, per riuscire a parlare in prima persona con i nostri politici e convincerli del buon lavoro che è possibile fare da lì, e finalmente riuscire a rivedere in funzione il grande telescopio abbandonato. Dal modo in cui muove le mani mentre lo dice e dal determinato tono di voce, solitamente molto pacato, non ho alcun dubbio che lo farà.

Non si può non restare affascinati da un personaggio come Sergei. Trascorro molte ore consecutive ad ascoltarlo in un caldo pomeriggio di questa estate, mentre mi spiega il suo lavoro e l’importanza dello Sky-watching per monitorare i detriti spaziali.

Mi racconta che viene considerato tale anche un oggetto di soli pochi centimetri e che sono per la stragrande maggioranza frutto dell’incuria dell’uomo, che ha verso lo Spazio lo stesso approccio che ha per la Terra, e che gli oggetti abbandonati nell’orbita più vicina alla Terra stanno aumentando vertiginosamente negli ultimi anni.

I satelliti lanciati dall’uomo, e legati alle nuove tecnologie (telefonia, internet, gps, canali tv etc etc) durano mediamente 3-7 anni, poi hanno bisogno di essere rimpiazzati da nuovi satelliti, ma nessuno si preoccupa di “riportare a terra” quelli vecchi, creando una crescita esponenziale di detriti sulla nostra testa. I satelliti nell’orbita stanno passando dalle circa 2 mila fotografate nel 2019 a diverse decine di migliaia stimati per il 2026 circa, a causa dei molti, troppi lanci da parte di un incontrollato proliferare di agenzie private di ricchi cittadini.

La sola agenzia spaziale di Elon Musk stima di lanciarne oltre 40mila nel giro dei prossimi cinque anni! Non esistono regole sul “traffico” per la prima orbita, mi racconta, e quindi rischia di diventare pericolosamente intasata di detriti, con effetti rilevanti sulla visibilità dello Spazio. Una specie di “cataratta” per gli Astronomi e Astrofisici. Oltre ad aumentare la probabilità di cadute incontrollate sulla Terra, e a possibili rischi da parte di sonde o shuttle di superare l’orbita stessa, senza essere colpiti accidentalmente e disastrosamente da un detrito (che si muove mediamente ad una velocità di circa 8 Km/s).

Un paradosso post-moderno che nel futuro potrebbe compromettere le osservazioni spaziali e perfino impedirci di andare oltre l’orbita terrestre, per effetto della crescita incontrollata della tecnologia, famelica di continui nuovi satelliti da lanciare. Un paradosso già immaginato decenni fa e noto col nome di Sindrome di Kessler: detriti che si scontrano con altri detriti formandone altri e poi altri, a cascata.

Ecco perché Sergei afferma scientificamente (senza eufemismi) che sembriamo in trappola della tecnologia, e che vorrebbe cambiare il nome dello Spazio in "Spaziatura"! Sulla meeting-room dell’Osservatorio, tenuta esclusivamente con lo spago e l’immensa passione di Sergei, la luce naturale comincia a diminuire, perché le ore passate ad ascoltarlo sono tante. Ma Sergei non smette nemmeno per un istante di emanare la sua luce di conoscenza, come una stella a sua volta, caduta per caso a pochi km da noi.

Man mano che lo ascolto affascinato, mi persuado di avere avuto un’occasione unica nel dialogare con uno scienziato-filosofo. Uscendo dallo stabile del Periscopio abbandonato, ci avviamo al piccolo e funzionale periscopio su cui lavora ogni notte col naso all’insù.

Sergei si ferma a guardare il panorama come se fosse il suo primo giorno qui, e gli scappa un’emozione: “questo panorama ripaga ogni sforzo che io possa fare” dice a voce bassa, quasi parlando a sé stesso.

Riaffiora la parte filosofica di questo piccolo grande uomo, che non ha nemmeno la macchina e che si muove in bici al calar del sole per osservare il cielo.

Dice che in alcuni casi, a primavera, la volta celeste in questo posto appare maestosa, “a volte mi sembra di pedalare nel cielo”.

Per niente al mondo smetterei di ascoltarlo, ma è ora di andare.

Lui lascia sempre la possibilità per un’altra domanda: “Sergei, quando tornerai a casa, quando lascerai questo posto?” Gli chiedo.

Lui è un calcolatore, dà la sensazione di avere la risposta già pronta per essere sfoderata al momento giusto; probabilmente ha dovuto rispondere svariate volte a sé stesso a questa domanda. La risposta, data con sguardo a metà fra eufemistico e determinato, fa capire quale indissolubile legame si è creato fra lui e il territorio, ancora una volta emergono le sue due anime di filosofo e matematico: “l’unica cosa che potrebbe costringermi ad andar via da qui potrebbe essere un terremoto ... cosa però non improbabile da queste parti”.

Pasquale Cassese


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