... di Conza (2026)
Rilanciamo da questo sito il post relativo al Carnevale che il prof. Giuseppe Mastrodomenico ha inserito su FB perché lo riteniamo molto interessante e meritevole di non venire disperso nei meandri di quella piattaforma ...
Il Carnevale è tornato a Sant’Andrea come un vento antico che profuma di vino e di frittura, di coriandoli e ...
... memoria.
Il Forum dei Giovani ha donato alla comunità una giornata di gioioso folklore: al mattino, nella sala della Società Operaia, un convegno ha riportato alla luce le radici della tradizione carnevalesca irpina, narrata da esperti che hanno saputo intrecciare storia e identità, elogiando l’entusiasmo dei ragazzi per la sfilata dei carri allegorici.
Ma cos’era il Carnevale a Sant’Andrea, tanti anni fa?
La mente corre indietro, oltre settant’anni, e riemerge un nome che ancora vibra nell’aria: Li Zinghere.
Dal giovedì grasso al martedì che precedeva le Ceneri — talvolta persino fino alla domenica successiva — al calare del sole le ombre prendevano vita. Per le vie del paese, soprattutto lungo il Corso, si aggiravano figure indistinte, senza genere né volto. Bastava poco: un mantello a ruota consunto, un cappotto rovesciato, un vestito logoro, un cappellaccio, una maschera di cartone legata dietro le orecchie con un elastico sottile. In mano, quasi sempre, un bastone a forcella. E zingaro si diventava.
Quel bastone non era arma di offesa né di difesa, anche se qualche leggera bastonata, più giocosa che severa, scappava a chi tentava di smascherare o a chi risultava poco simpatico. Così, al loro apparire, si cercava di scansarli con finta indifferenza e falso autentico timore.
Carnuale,
chine dë paglia.
Maccarunï,
foglië e carnë.
Camminavano soli, a coppie o in piccoli gruppi, declamando una cantilena che ancora oggi sembra risuonare tra le pietre: -->
E sì, nel tempo del Carnevale si gozzovigliava. Si cominciava dal giovedì grasso con la frittata di salsiccia; poi venivano i maccheroni fatti in casa, le foglie e migliazza, i piedi di porco, la cotica, le 'nnoglie. La domenica compariva anche la carne, e il vino locale scorreva generoso, rosso e sincero.
Li Zinghere non si limitavano al Corso: entravano nelle case, non per intimorire ma per condividere.
Le famiglie li accoglievano con allegria, e loro reclamavano, tra il serio e il faceto: -->
dammë nu poco
di sauchicchie ca me ne
vache cittï, cittï.
E së nun më la vuoi dà
ca të pozza nfracetà.
Con i bastoni a forcella fingevano di staccare le salsicce appese ad essiccare, ma non ce n’era bisogno: venivano prontamente accontentati. Allora la maschera cadeva, e si banchettava insieme, tra risate e vino abbondante, tanto che il rischio di rientrare ubriachi era più che concreto.
La domenica di Carnevale il Corso si trasformava in una passerella d’altri tempi: damine ottocentesche sfilavano eleganti, in una gara mai dichiarata per l’acconciatura più raffinata, per il vestito più grazioso.
E come non ricordare quell’anno imprecisato in cui io, Giulio, Franco, Peppino e Mario indossammo i sai bianchi della Congrega — quelli del Venerdì Santo — incappucciati, con appena quattro aperture per vedere, respirare e mangiare. Andavamo di casa in casa, accolti con benevolenza e rifocillati con generosità.
Poi, col tempo, Li Zinghere sono lentamente svaniti. Il Carnevale è rimasto, talvolta affidato all’iniziativa di volenterosi che, con fantasia e passione, hanno dato vita a carri allegorici. Tra i più riusciti, quello ideato e realizzato dal professor Mario Martino con i suoi amici, accompagnato dalle majorette e dalla banda di Sant’Andrea: un ricordo che ancora vive in un filmato custodito con affetto.
Oggi il Forum dei Giovani ha riacceso quella fiamma. Ha restituito al paese una giornata di festa, con carri estrosi, canti, suoni e ricchi deschi condivisi in piazza.
Quando si opera per la comunità, ogni giudizio è fuori posto. Resta solo la gratitudine.
Perché il Carnevale, a Sant’Andrea, non è soltanto una festa: è un filo che lega le generazioni, un sorriso sotto una maschera, un bicchiere di vino levato alla memoria.
