E quando finisce la festa, restano i paesi.
Ho trovato su FB diversi post come questo ma riferiti a una zona o a un'intera regione. Ho ritenuto valido e interessante il contenuto e perciò lo ripeto qui ma adattandolo per il nostro piccolo borgo. La sostanza non è cambiata e rende bene le idee per coloro che vi ci abitano.
Restano quelli che ci vivono 365 giorni all'anno (o giù di lì), non quelli che arrivano per dieci giorni, partecipano a un festival, magari vengono pagati per raccontare un territorio e poi ripartono.
Non significa che chi viene da fuori non abbia diritto di parlare del paese. Significa però riconoscere una differenza: c'è una distanza enorme tra attraversare un luogo e abitarlo.
Chi vive nei paesi conosce quello che non entra nei festival e nei racconti da palcoscenico: la sanità che manca, i servizi che non ci sono, lo spopolamento, le relazioni quotidiane, le solitudini, le contraddizioni e anche la bellezza che rimane comunque quando si spengono i riflettori.
Questi nostri paesi non hanno bisogno di essere idealizzati, ma nemmeno di essere raccontati da chi li frequenta soltanto quando c'è un evento, un incarico o un compenso. Perché una cosa è osservare un territorio per qualche giorno, un'altra è viverne ogni giorno le conseguenze e le mancanze.
E allora sarebbe anche ora di uscire dal tabù di "Cristo si è fermato a Eboli". Il paese oggi non è quello di una volta, dove si faceva capo solo alla tradizione. È cambiato, è diventato altro, e va raccontato per quello che è oggi.
I paesi vanno raccontati da chi li abita. Da chi resta quando il festival finisce, gli ospiti ripartono e si torna alla vita ... normale. Perché "passate lu Sande, passate la feste". Ma i paesi restano e chi ci vive pure.
